SALVAGURDARE L’AMBIENTE, LA SFIDA DEL XXI SECOLO CI STIAMO AUTO-ESTINGUENDO?

dicembre 28th, 2017 by michele

Sono sempre più frequenti le notizie riguardanti le cosiddette “bombe d’acqua”, ovvero forti acquazzoni che si verificano in poco tempo in un determinato luogo, i quali scaricano al suolo un carico spropositato di litri d’acqua. Non è raro, in questi casi, sentire che, nella zona colpita, è piovuta la stessa quantità d’acqua che generalmente precipita in uno o più mesi. Ciò significa che i pochi fossi rimasti, gli scoli previsti lungo le strade, i fiumi e i terreni incolti o coltivati fanno fatica ad assorbire, in un breve lasso di tempo, tutta quella pioggia. Così ci si ritrova poi a fare la conta dei danni, ma anche a contare (talvolta) i morti e i feriti. Lo scorso inverno abbiamo letto sui giornali e visto in televisione, anche un altro fenomeno atmosferico particolare: la “bomba di neve”, ovvero una nevicata di proporzioni anomale. Questi fatti, come molti altri, sono considerati dagli esperti dei veri e propri campanelli d’allarme, cioè dei segnali che ci stanno avvertendo che il clima sta cambiando e non in modo naturale, ma indotto dalla mano dell’uomo. Da sempre, infatti, la nostra specie ha prodotto inquinamento, ma è stato comunque “contenuto”. È con la rivoluzione industriale che ci siamo impegnati al massimo per devastare questo nostro pianeta. Inutile dire che il meglio -per così dire – lo abbiamo dato dopo il secondo conflitto mondiale, quando abbiamo iniziato ad immettere sempre più fumi nocivi nell’atmosfera e sempre più sostanze chimiche e plastica nei fiumi e nei mari.

Abbiamo agito come se pensassimo che l’ambiente fosse provvisto di un proprio sistema autopulente o come se le risorse naturali che andavamo ad estrarre fossero infinite. A poco a poco la Terra e l’intero ecosistema in esso vivente, ci hanno fatto capire che stavamo inquinando l’unico posto che ci ospita e che ci permette di vivere. È stata una presa di coscienza lenta, che inizialmente ha coinvolto poche persone, fino poi a coinvolgere, negli ultimi decenni, l’opinione pubblica.

I primi campanelli d’allarme sono arrivati negli anni ’80 del secolo scorso, con la grande mobilitazione di scienziati e ambientalisti contro la deforestazione della foresta amazzonica in Brasile e il successivo avvertimento della formazione del buco dell’ozono; poi un altro avvertimento arrivò nell’aprile del 1986, quando scoppiò il reattore numero 4 della centrale atomica di Chernobyl, in Ucraina. Tutti questi e molti altri furono eventi compiuti dall’uomo, che ci hanno fatto capire quanto poco poteva bastare per minacciare il nostro mondo e la nostra stessa sopravvivenza.

Oggi sappiamo che l’inquinamento dell’aria e dell’acqua (due elementi vitali) ci sta portando non solo verso un cambiamento climatico i cui effetti sono già visibili, ma sta portando sempre più all’estinzione sia di alcune particolari specie sia dei loro habitat naturali. Lo si è già più volte detto: se per i dinosauri il killer fu un gigantesco asteroide, per molte specie oggi estinte o in via di estinzione, quel killer siamo noi. Ed è curioso che se non sapremo porre rimedio in tempi relativamente brevi ai nostri danni, potremmo essere noi i prossimi ad estinguerci. E per la Terra inizierebbe una nuova era.

Testo di Michele Tonin per progetto I.L.I.E.

Illustrazioni di Davide Zuppini  per progetto I.L.I.E.

#VAJONT54

ottobre 11th, 2017 by michele

MEMORIALE VAJONT

Le bianche lapidi,

nel verde prato,

raccontano di morti

che non furono del Fato la colpa.

poesia di Michele Tonin per progetto I.L.I.E.

VAJONT: PAROLE E REALTA’

ottobre 9th, 2017 by michele

Le parole hanno un peso, sono importanti e definiscono il nostro mondo. Le parole che si trovano sul vocabolario possono talvolta coincidere di significato tra il libro che le raccoglie e la vita reale, talvolta no.

Quando si parla di Vajont succede che le parole facciano brutti scherzi: raccontano il destino di un luogo, come ci ricorda l’attore Marco Paolini: <<La parete che si alza al Sole del torrente Vajont si chiama […] monte Salta. La parete di fronte, quella all’ombra, monte Toc. […] <<Toc>> in veneto vuol dire <<pezzo>>, ma in Friuli <<patòc>> vuol dire <<marcio>>. […] Sai cosa vuol dire in ladino <<Vajont>>? Vuol dire <<va giù>>¹. Com’è che si dice? Un destino nel nome.

In quel luogo, segnato dalla strage del 9 ottobre del 1963, oggi le parole hanno un significato ancora più profondo e raccontano una realtà quanto mai complessa. Nel 2013, in occasione di un incontro sul cinquantesimo anniversario, posi alla presidente del Comitato dei Sopravvissuti, Micaela Coletti, la seguente domanda: << Sopravvissuti e superstiti per la lingua italiana sono sinonimi, ma quando si parla di Vajont hanno significati differenti: ce li può spiegare?>> La signora Coletti così mi rispose: << È vero. Ci sono due parole che fanno capo alla tragedia del Vajont: e sono sopravvissuti e superstiti. […] I superstiti sono coloro che nel giorno della tragedia avevano famiglia e lavoro, però fisicamente, nel momento della tragedia stessa non c’erano. I sopravvissuti sono coloro che nel momento in cui avvenne la tragedia c’erano e l’hanno vissuta sulla propria pelle.>>².

Per anni si sono usate parole che sono sinonimi, per non raccontare mai fino in fondo i fatti come realmente avvennero. Queste parole sono catastrofe e tragedia. Solo dopo cinquant’anni, finalmente senza più paura, si è iniziato ad usare apertamente la parola strage, perché lo fu, perché c’era chi era a capo del progetto e aveva i dati, le prove che qualcosa di grave poteva accadere, ma non ha fatto nulla per mettere in salvo per tempo la popolazione o quanto meno non ha cercato di mettere in atto azioni di carattere preventivo, che ora, a posteriori, tutti siamo qui a pensare.

Un’ultima cosa ci manca prima di concludere questo nostro viaggio: esplorare il mondo freddo dei numeri. Subito dopo il tragico evento per i quotidiani i morti erano 2000; per i dati processuali, invece, coloro che persero la vita furono 1910. Nel 2013 la signora Coletti ci disse che <<è ragionevole pensare che i morti siano stati tra i 2200 e i 2300>>. La presidente del Comitato dei sopravvissuti ci disse che quei dati erano basati su alcune ricerche e testimonianze che avevano raccolto. Come si può evincere da quest’ultima testimonianza, non solo le parole, ma anche i numeri, quando si parla di Vajont, non riescono a combaciare tra significato e realtà. D’altronde non è mai facile raccontare in modo aderente la realtà, soprattutto quando questa è complessa e per molto tempo si è cercato di farla dimenticare.

Testo di Michele Tonin per progetto I.L.I.E.

NOTE AL TESTO:

¹ – dal libro di Marco Paolini e Gabriele Vacis “Il racconto del Vajont”, 1997, Garzanti editore, Milano.

² – vedi il video: https://www.youtube.com/watch?v=tBySN-krITM&t=45s

TRA LA TERRA E MARTE

ottobre 2nd, 2017 by michele

Capita sempre più spesso di leggere sui giornali notizie provenienti dallo Spazio: la scoperta di nuovi pianeti, forse adatti alla vita e che si trovano al di fuori del nostro sistema solare; asteroidi che passano vicino alla Terra, ma a distanza di sicurezza. Poi l’astronauta italiano Paolo Nespoli che a 60 anni è tornato sulla Stazione Spaziale Internazionale ed infine si leggono pressoché cicliche le notizie sulla futura missione spaziale su Marte, con il rilascio alla stampa, da parte della NASA, delle tappe che porteranno l’uomo sul pianeta rosso. Ma perché tutte queste notizie vengono sempre più spesso messe in evidenza dai mezzi di informazione, ottenendo non solo una vasta eco, ma anche un vasto seguito di pubblico?

Il motivo è da ricercare nel fatto che all’uomo da sempre piace pensare di non essere solo nell’universo. Per di più, l’essere umano negli ultimi decenni, visti i numerosi problemi di carattere ambientale e la sempre più ridotta disponibilità dei combustibili fossili e di materiali utili per la realizzazione di beni e servizi, sta cercando altri luoghi, oltre l’atmosfera terrestre, non solo da sfruttare, ma anche adatti alla vita.

La Luna e Marte rimangono, al momento, i due luoghi extraterrestri dove l’uomo potrebbe andare. La possibilità che ciò avvenga è sempre più concreta, in modo particolare per la realizzazione di una missione volta ad esplorare o a colonizzare il pianeta rosso. Quando? Probabilmente verso il 2035 / 2037. In questi anni sono in corso studi e ricerche volti a trovare il carburante adatto al viaggio, soluzioni tecnologiche per rendere più veloci le comunicazioni, preparare i potenziali equipaggi. Sapere però se sarà una missione di esplorazione o una più complessa colonizzazione non dipenderà solo dai costi, ma da ciò che si vuole fare davvero. Cioè se vogliamo che il pianeta rosso diventi una “Terra” di riserva, di studio o un luogo da sfruttare economicamente.

Se si deciderà di colonizzare Marte, si dovrà mettere in conto il fatto che più persone si manderanno lassù, più probabilità vi saranno che la colonia marziana si organizzi e ad un certo punto decida di staccarsi dalla madre Terra e voglia diventare autonoma. Quindi è bene pensare già molto prima di spedirvi degli uomini come ciò possa accadere e fare in modo che tale evento avvenga – se dovrà accadere – senza dispendiosi e tragici contenziosi. La storia delle tredici colonie americane staccatesi dalla madre patria inglese è lì a ricordarci che la voglia di autonomia non è una cosa poi così remota. Certo, ci vorranno molti anni prima che ciò accada, ma è bene prevenire in tempo cose molto spiacevoli e fare in modo che non si ripetano certi incidenti della Storia.

D’altro canto, se guardiamo da un lato puramente culturale ed evolutivo, la cosa non può essere che estremamente favorevole. Anzitutto, la ricerca di nuove fonti di energia, la ricerca di nuove tecnologie potrà avere una ricaduta anche sulla nostra quotidianità; poi concedere ai futuri “marziani” una certa autonomia, darà loro la possibilità di creare, nel tempo, una nuova cultura e generare nuove idee e lo scambio – non solo commerciale, ma anche culturale – con la Terra, potrebbe dare vita ad un nuovo “rinascimento”.

Creare una nuova comunità, un nuovo sistema di leggi, porterà gli uomini ad essere costretti ad ingegnarsi per trovare un modello di vita migliore – si spera – rispetto a quello qui da noi esistente e sarà qualcosa di estremamente complesso che richiederà parecchio tempo, ma che permetterà all’umanità di scrivere una nuova e affascinante pagina della propria storia evolutiva.

Pensare oggi a queste nuove possibilità e a ciò che potrebbe davvero accadere in un futuro prossimo, magari per noi distante, forse è fuori dalla portata della nostra mente, ma – ammettiamolo – è davvero affascinante provare ad immaginare la prossima nuova tappa dell’umanità che si svilupperà tra la Terra e Marte.

Testo di Michele TONIN per progetto I.L.I.E.

Illustrazione di Davide Z. per progetto I.L.I.E.

UNA BREVE STAGIONE

settembre 27th, 2017 by michele

Cari amici,

non è facile trovare le parole, soprattutto per raccontarvi quello che stiamo per annunciarvi. Da oggi inizia una nuova stagione ricca di nuovi articoli, nuove storie e… di nuovi disegni. Ma sarà una stagione molto breve, perché dopo sei anni progetto I.L.I.E chiuderà i battenti il prossimo 25 febbraio 2018.

Ve lo diciamo con il cuore gonfio di emozione. Non è stato per noi facile arrivare a prendere questa decisione, ma è stata una scelta inevitabile: ogni componente di questo gruppo è sempre più preso dalla frenesia che la vita di oggi impone, da non riuscire più a trovare il tempo per seguire questa avventura. Così, lo scorso mese di maggio, abbiamo deciso le tappe che lentamente ci faranno a portare questa nave in porto. Fino all’ultimo vi racconteremo cose che ci e vi permetteranno di guardare oltre l’orizzonte più vicino, ve lo promettiamo.

Ma vi consigliamo di non abbandonarci proprio ora, perché abbiamo in serbo per voi qualcosa di interessante, prima che cali definitivamente il sipario su questa esperienza. Se, invece, deciderete di abbandonarci già ora, vi diciamo grazie di cuore per averci sostenuto e seguito.

Comunque sia, vi invitiamo a seguirci ancora, perché da ora l’avventura si fa più interessante!

Il team di progetto I.L.I.E.

Illustrazione di Davide Z.

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