L’ARTE MUTILATA

aprile 9th, 2016 by michele

Nel corso dell’estate del 2015 noi di progetto I.L.I.E siamo andati a Vicenza a vedere una importante e significativa mostra sulla Grande guerra. Il titolo era molto efficace: “La Grande Guerra. I luoghi e l’arte feriti”. L’esposizione era ospitata all’interno del bellissimo e ottocentesco Palazzo Leoni Montanari.

Già il titolo scelto per raccontare questo poco conosciuto aspetto del primo conflitto mondiale (di cui nel 2015 è ricorso il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia) è bastato per incuriosirci. L’itinerario espositivo è iniziato con i disegni degli artisti-soldato del regio esercito italiano, i quali disegnarono, con dovizia di particolari, il dramma della guerra. Il compito di quegli uomini era quello di fornire agli alti comandi una accurata documentazione degli eventi bellici. Il monte Grappa, la linea del Piave e il Carso furono il fulcro di quelle illustrazioni, ma ben presto, oltre alla mera documentazione delle postazioni e delle battaglie, gli artisti-soldato spostarono la loro attenzione sui soldati e sulle loro condizioni in trincea. Ecco allora una rassegna di volti di uomini in divisa, o ritratti di prigionieri austriaci con il volto segnato dalle battaglie, con lo sguardo spento o assente. Ma la mostra è riuscita a darci un esempio tangibile di quel che fu, nei suoi aspetti più drammatici, l’evento bellico, mettendo in esposizione foto d’epoca di luoghi ed edifici segnati dalle bombe. Tutti questi passaggi sono serviti per introdurci lentamente, ma con un crescendo di partecipazione, al cuore della nostra visita: l’arte ferita. Ecco allora i gessi di Antonio Canova menomati, come la “Testa di Tersicone” priva del viso o la testa dell’opera “La Religione”priva del naso e della bocca, oltre che di una spalla.

Può apparire davvero superfluo mettere in risalto l’arte ferita dai bombardamenti, quando in quel vasto scontro europeo persero la vita milioni di persone. Ma l’arte è la rappresentazione della Vita, l’espressione stessa dei valori e della storia di una società. Ferire l’arte significa colpire nel profondo una collettività. Quanto poi al fatto che molte delle opere esposte siano state prestate dalla gipsoteca del Canova, alcuni potrebbero obiettare che sono copie in gesso di opere poi realizzate su marmo. In realtà sono esse stesse delle vere e proprie opere d’arte che ci trasmettono due cose: l’emozione e ci regalano informazioni preziose su come l’artista di Possagno studiasse e lavorasse. Ma nel caso della mostra ci trasmettono una ulteriore informazione: quanto può essere micidiale l’esplosione di un colpo di cannone e quanta drammaticità di quel fatto ha lasciato a futura memoria. Quanto alla gipsoteca (che vi consiglio di visitare), fu colpita dai bombardamenti nel 1917.

Il nostro itinerario espositivo è poi continuato visionando le fotografie a colori scattate ai giorni nostri. Foto in grande formato e di grande intensità. Ciò che è stato messo in risalto era quel che è rimasto – molto – delle trincee e dei cannoni su quel che fu il fronte italiano.

Ora comprimario ora sullo sfondo, ben si nota il paesaggio naturale che ha fatto da palcoscenico a quell’assurda mattanza e quasi ingenuamente ci siamo domandati: <<com’è stato possibile che luoghi così splendidi abbiano ospitato una simile tragedia?>>. Di fronte a tali foto, ci siamo anche chiesti quanti sacrifici abbiano fatto i soldati per portare sino in posti sperduti cannoni e munizioni, ma anche quale tipo di sofferenze fisiche abbiano dovuto sopportare per tenere testa non solo al nemico, ma anche al rigido inverno. Poi, più avanzavamo nella visione di tali foto, davvero bellissime, abbiamo lasciato tacere le nostre domande, perché davanti a quelle immagini vedevamo coloro che combattevano in mezzo a quegli spettacoli naturali e probabilmente anche loro, come noi, si saranno certamente chiesti del perché esista una cosa assurda come la guerra.

Una volta terminata la visione delle foto, realizzate dal fotografo italiano Luca Campigotto, abbiamo guadagnato l’uscita, dove era stata riprodotta una trincea. Anche qui, di fronte a questo allestimento, ci siamo fermati a lungo a guardare e a riflettere sulle condizioni di vita dei soldati. Così si è conclusa la nostra visita a questa bellissima ed intensa esposizione che ci ha fatto riflettere, ma che ci ha anche fatto nascere nuove domande sul primo conflitto mondiale. Domande che anche se continuassimo a studiare per numerosi anni quel drammatico periodo, continueremmo a porci e alle quali, con molta probabilità, non troveremo mai delle risposte definitive.

Michele TONIN per progetto I.L.I.E.

LA GRANDE GUERRA DEI VICINI DI CASA

marzo 1st, 2016 by michele

Le mostre allestite nel corso del 2015 sulla Grande Guerra in tutta Italia sono state veramente molte. Tra le altre, dal 22 al 29 Marzo 2015 anche il Centro Civico Culturale di Zevio, in provincia di Verona, ha ospitato una piccola esposizione. Piccola, ma non per questo insignificante. Anzi, confesso che personalmente sono rimasta proprio colpita dalla rassegna.

La teca centrale accoglieva alcuni reperti bellici, come elmetti, divise, gamelle, munizioni e uno spadino austriaco. Tuttavia lo scopo della mostra non era quello di raccontare la guerra in genere, nella sua terrificante grandiosità, bensì di rendere omaggio al sacrificio dei soldati zeviani. Da ciò la scelta di concedere poco spazio all’armamentario di guerra, mettendo invece in risalto i libri, le mappe, le fotografie e le lettere dei militari locali, oggetti esposti tutti intorno ai reperti, in bacheche posizionate a cerchio. E, forse proprio per questo, la mostra assicurava una straordinaria potenza evocativa: leggere la corrispondenza dei soldati al fronte è sempre commovente, ma pensare che quegli uomini erano originari di un paese limitrofo rendeva il tutto ancora più “vicino”, creando una connessione spazio-temporale non indifferente. In pratica, mi sono sentita molto partecipe alle vicende dei combattenti, dei reduci e dei civili che ho “conosciuto” in quella circostanza. Ho potuto davvero – cito dal volantino della Mostra – ricordare con la dovuta riconoscenza i sacrifici innominabili di gente sradicata dal proprio ambiente, dalle proprie famiglie e mandata al fronte a combattere una guerra che fu voluta da altri e che provocò centinaia di migliaia di morti, mutilati, invalidi, reduci con la mente devastata, oltre che la distruzione del territorio e lo spreco enorme di risorse.

Ho già elencato le tipologie dei documenti compresi nell’allestimento. Ciò che più mi ha emozionato è stata in realtà la rappresentazione del quotidiano durante il conflitto, vale a dire le fotografie. Alcune di esse si riferivano a luoghi, oggetti, armi; altre alle persone. Soprattutto queste ultime mi hanno toccato nel profondo. Erano fotografie di donne piegate dalla fatica in assenza dei loro mariti, di anziani dagli sguardi persi in una vuota attesa, di bambini che giocavano alla guerra (probabilmente l’unico argomento di cui sentissero discutere) usando armi finte assai verosimili. Poi c’era ovviamente la sezione militare: soldati al fronte, con le baionette puntate, sull’attenti, nei momenti di interminabile attesa, durante il misero pasto, ecc. Ognuno con la sua paura, la sua noia, la sua nostalgia. Ognuno con il suo infinito silenzio dentro. Ognuno con la sua storia da raccontare.

Tutti quei volti (delle donne, dei bambini, dei combattenti) mi sono entrati nell’anima, tanto che riesco a ricordarli senza difficoltà a distanza di mesi. Intrisi della vita di allora, straordinariamente eloquenti nell’espressione, incredibilmente vicini. Tutti, ma in particolare uno. A lui, ripreso nel pieno della tragedia, ma rivolto consapevolmente verso il fotografo (e di conseguenza verso me, osservatrice) dedico questo misero encomio.

AL SOCCORRITORE

Mi rivolgo a te, anonimo, intrepido soldato

che sulle spalle il compagno ferito ti sei caricato.

Mi piacerebbe conoscere i tuoi pensieri in quel momento

perché il tuo sguardo fiero non basta a celare il turbamento.

Chissà se durante il soccorso ti animava la solidarietà,

il senso del dovere, la pena oppure la pietà.

Ma in quegli occhi, carichi di speranza nell’attesa

di poter salvare la vita al commilitone

oltre al coraggio scopro l’angoscia e la sorpresa

poiché il ferimento di morte può esser cagione.

Pur conoscendo i rischi dell’avamposto

forse in quel frangente avrai pensato

che avresti potuto essere al suo posto,

sentendoti in colpa se la sorte ti ha risparmiato.

Così, con tali considerazioni caricate sul dorso

più celere avrai condotto il fardello al soccorso.

Ebbene sì, caro eroe dei nostri tempi,

silenzioso custode della vita,

i tuoi occhi tradiscono molteplici sentimenti

ed io compatisco la tua anima smarrita.

Se fosse possibile ti mostrerei la mia riconoscenza

e ti direi che il tuo sforzo non è stato vano

perché mi hai permesso di prendere coscienza

pienamente di un dramma tanto umano.

Articolo e poesia di Elena SALGARI per “progetto I.L.I.E.”

IL BELLO DEL DOMANI

febbraio 24th, 2016 by michele

Cari amici,

ricominciamo a pubblicare. Ricominciamo a scrivere. Torniamo a riannodare i fili di un discorso lasciato in sospeso per molti motivi. Sarà un percorso un po’ diverso, per come lo avevamo sino ad ora inteso.

Ma cosa troverete nel corso di questo nuovo cammino? Diversi ed interessanti articoli, nuovi disegni, ma anche varie poesie. Vi starete chiedendo: perché anche le poesie? A questa domanda vi rispondiamo con le parole del grande Leonardo da Vinci: “La poesia è una pittura che si sente e non si vede” ma – aggiungiamo noi – trasmette grande forza ed emozione.

In questi lunghi mesi in cui siamo rimasti fermi abbiamo cercato di “pesare” le potenzialità del gruppo e abbiamo cercato di verificare se avevamo ancora cose da dire: le idee non mancano e che le cose da dire sono molte e ancora più forte è la voglia di continuare a scommettere sul futuro di questa nostra realtà. La strada è lunga e le sorprese (speriamo positive) sono sempre dietro l’angolo ed è questo il bello del domani.

Il Consiglio direttivo di “progetto I.L.I.E.”

I MIGRANTI E LE NOSTRE COSCIENZE LACERATE

settembre 4th, 2015 by michele

Un emigrante italiano dalla nave indica la statua della libertà.

L’attualità entra prepotente, come la lama di un coltello, lacerando non la nostra carne, ma le nostre coscienze. La foto del corpo di un bimbo siriano, morto mentre attraversava su un barcone il tratto di mare che divide la Turchia dalla Grecia, scuote l’Europa. Sembra di rivedere i nostri avi che si imbarcavano sulle navi per raggiungere l’America. Viaggi della speranza, organizzati da persone senza scrupoli ieri come oggi. I volti degli emigranti di ieri simili ai volti dei migranti di oggi. Le tragedie, i morti di ieri e le tragedie e i morti di oggi. Nulla sembra cambiare. Ora abbiamo la possibilità di vedere come furono trattati i nostri emigranti e abbiamo l’opportunità di non ripetere quegli stessi errori, per costruire, in un modo migliore, una possibile convivenza.

Testo di Michele Tonin per progetto I.L.I.E.

Disegno di Davide Z. per progetto I.L.I.E.

QUEL 24 MAGGIO 1915

maggio 27th, 2015 by michele

Cent’anni fa l’Italia entrava in guerra contro l’Austria. Di fatto con l’inizio delle ostilità per noi iniziava la partecipazione al primo conflitto mondiale. In questi ultimi tempi, in occasione dell’avvicinarsi del centenario, sin troppi hanno scritto cose a riguardo e noi, per non ripetere le cose già dette, vi proponiamo, senza alcun commento, l’incipit del libro di Gianni Pieropan dal titolo: “Ortigara 1917 – Il sacrificio della sesta armata”, pubblicato dall’editore Mursia nel 1975:

<<Alle ore quattro del 24 maggio 1915 il forte italiano, eretto sulla rocciosa sommità del Monte Verena, spara la prima cannonata che riempie di echi fragorosi e di sinistri rimbombi le valli, i costoni, gli anfratti delle Prealpi Vicentine: gli albori del giorno illividiscono appena le cime che per quarantun mesi saranno sanguinosamente contese.

Secondo altre testimonianze, sembra che sul far della sera innanzi il Forte Verle abbia sparato alcune granate contro pattuglie italiane in avanscoperta da Cima Mandriolo verso i Marcai.

E’ la guerra.>>.

Così iniziò la nostra avventura nel primo conflitto mondiale.

Testo di: Michele Tonin