LONGARONE E LA TRAGEDIA DEL VAJONT.

Prima di puntare l’auto verso casa e lasciare il meraviglioso Cadore, decidiamo di affrontare l’ultima e forse più importante tappa del nostro viaggio: Longarone.

Già quando entrammo in questo territorio e vedemmo la scritta Longarone, cercammo di scorgere la diga, segno tangibile di una tragedia incancellabile, e monito perché quanto accaduto non possa più succedere.

La ferita del Monte Toc.

Erano le 22:39 del 9 ottobre 1963, quando una frana, conosciuta da molti anni, ma sempre volutamente sottovalutata, si stacca dal monte Toc e precipita dentro il bacino che forma la diga. La frana genera un’onda anomala spaventosa che da un lato lambisce gli abitati di Erto e Casso, ma cancella le rispettive frazioni, e dall’altro scavalca il muro di cemento puntando dritta e con forza verso l’abitato, posto a valle, di Longarone.

A precedere la furia dell’acqua è un vento forte, fangoso, che squarcia le case e strappa uomini e animali. La massa d’acqua cancella il paese, distruggendo per sempre la quotidianità di una vallata.

Acqua, uomini e terra: tutto diventa una melma fangosa. L’onda di riflusso, poi, completa l’opera di distruzione, cancellando definitivamente tutto ciò che la prima ondata aveva risparmiato o non del tutto distrutto.

Tutto è avvenuto in poco più di tre terribili, lunghi ed interminabili minuti. Tre minuti nel corso dei quali una enorme massa d’acqua ha spazzato via un intero paese e ha falciato all’incirca due milioni di persone, due milioni di speranze.

Miracolosamente alcune persone riescono a salvarsi, tra di loro anche alcuni bambini.

Con la memoria volta a questa immane tragedia, ci avviamo verso la diga, che ora è vuota, ma è ancora meta di visite da parte di molte perone, provenienti da tutta Italia, ma anche dall’estero.

Quando scendiamo dall’auto ci rendiamo subito conto di trovarci dentro alla diga, dove un tempo c’era l’invaso. Alla nostra sinistra vediamo, ancora ben visibile, la ferita del monte Toc, mentre davanti a noi vi è l’enorme parete di cemento che ha resistito all’urto di quella tragica sera, ed è ancora lì.

Riusciamo a scorgere più in là l’abitato di Longarone: una cittadina che, vista da qui, sembra proprio essere stata posta al centro del mirino.

La diga del Vajont e Longarone sullo sfondo.

Poco più tardi decidiamo di lasciare la zona della diga, inoltrandoci in un bosco posto poco più in là, in direzione dell’abitato di Erto.

Nel pomeriggio, nonostante le nuvole minaccino pioggia, decidiamo di recarci in visita al cimitero monumentale di Fortogna, frazione del comune di Longarone. Fortogna è l’area individuata, il giorno successivo alla tragedia, per raccogliere quanto rimaneva delle persone decedute. Oggi è un cimitero monumentale realizzato a ricordo di chi perì in quella catastrofe.

La diga del Vajont

L’entrata si presenta con una costruzione moderna, misto cemento e vetro, all’interno della quale vi è un piccolo museo, ma l’edificio non è accessibile, per tanto riusciamo ad entrare grazie ad un portone laterale aperto.

Una volta entrati, di fronte a noi si presentano bianche file di cippi marmorei su un prato verde. Ogni cippo riporta scolpito il nome, il cognome e l’età del defunto. Scopriamo così che alcuni di essi da pochi mesi si erano affacciati alla Vita; altri erano nel fiore degli anni dell’adolescenza; altri ancora erano padri e madri…

Vedere questi cippi è un’emozione forte, resa ancora più forte quando, nella chiesetta del cimitero, troviamo un muro trasparente. Su ogni mattoncino vi sono i nomi delle persone divise per famiglie, e solo di fronte a quel muro ci rendiamo conto di quante famiglie siano state distrutte in quella sera fatale.

Dalla chiesetta ci accorgiamo che sul lato sinistro vi è uno scivolo. Scendiamo e troviamo lapidi di associazioni che testimoniano la vicinanza al dolore incancellabile della comunità di Longarone. Dopo aver rivolto un ultimo sguardo al camposanto, ci avviamo con una forte emozione verso l’uscita, dove sono state poste tre opere scultoree:

Una rappresentante l’emigrante che torna a casa a sostenere e ad aiutare chi è sopravvissuto; un’altra raffigurante i bambini mai nati e le loro madri incinta; una terza, realizzata in ricordo di coloro i quali prestarono soccorso nei giorni successivi al terribile evento.

Usciamo dal cimitero profondamente colpiti da questa esperienza. Per nostra fortuna il cielo è stato clemente: non ha versato neanche una goccia d’acqua!

Risaliamo in macchina, ripromettendoci di tornare prima o poi a Longarone per visitarlo meglio e anche per visitare meglio il percorso della diga e il museo dedicato a quanto accaduto. Oggi, purtroppo, non c’è tempo.

Ora è arrivato il momento di lasciare il bellissimo Cadore e tornare a casa. Non sarà facile dimenticarci delle emozioni che ci ha fatto vivere in questi pochi ma intensi giorni di permanenza.

Michele Tonin per progetto I.L.I.E.

P.S. : Va detto che le fonti consultate alcune parlano di duemila morti, altre di 1910. Tuttavia ci siamo attenuti alle cifre che la maggior parte delle fonti riportano.

INFO:

Se volete approfondire i fatti narrati all’interno di questo post, vi consigliamo di consultare il seguente sito web:

http://www.prolocolongarone.it/cose-da-vedere/96-cimitero-delle-vittime-a-fortogna.html

Inoltre, vi consigliamo di leggere il libro SULLA PELLE VIVA di TINA MERLIN, edito da Cierre Edizioni.

Ulteriori informazioni le potrete trovare su “progetto I.L.I.E. – Pagina ufficiale” presente su Facebook.

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One Response to “LONGARONE E LA TRAGEDIA DEL VAJONT.”

  1. michele scrive:

    Scrivere questo post stata un’esperienza interessante e molto utile. Vi confesso che, nel corso della stesura, non è stato facile tenere a freno le emozioni. Comunque posso ritenermi soddisfatto del risultato finale.

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