STORIA DI UN RICORDO.

Nel magico tempo dell’Avvento con le sue preziose luci e l’arrivo dei primi fiocchi di neve, il mio ricordo corre indietro negli anni, quando ero piccina e assistevo alla preparazione di quel meraviglioso fagottino di pasta e carne che allietava le tavole delle feste e anche le nostre pance.

Il tortellino, quello vero, piccolo piccolo che nasce dalla tradizione contadina di alcune zone della pianura emiliana e che è arrivata fino ai giorni nostri.

Imbustato e incellofanato, rivisto e modificato sino a farlo diventare cibo di ogni giorno, da cuocere in pochi istanti e servire con ogni sorta di condimento. Ma il vero tortellino della tradizione chi lo ha veramente mangiato??? Chi ne ricorda il sapore e il profumo… nel brodo che bolliva nella pentola della domenica??

La pasta sfoglia tirata ad arte con mattarello e stesa su taglieri larghi e lunghi come tavoli…

Dio vuole che la mia famiglia d’origine affondi le sue radici nel mondo rurale della bassa pianura padana e che le mie nonne, nate entrambe durante la prima guerra, in quell’area a ridosso del Po, con le sue nebbie e le sue lande desolate, questa delizia la sapessero preparare.

Il tutto iniziava di mattina presto, perché occorreva tempo e pazienza per fare questo lavoro.

L’asse da impasto meticolosamente infarinata diventava la base su cui si faceva lievemente scivolare una montagnola di farina di mulino… bianca bianca… e nella quale dopo aver aperto un cratere nel centro con le mani si sgusciavano le uova.

Di pollaio intendiamoci, quelle fatte dalle galline scorrazzanti del cortile, che ogni mattina la mia nonna Vittoria andava a prelevare fra la paglia del loro giaciglio.

La pasta cominciava a prendere forma e a colorarsi e il profumo della festa iniziava a sentirsi …più marcato e più sincero….

La forza delle sue piccole mani plasmava questo impasto sino a farlo divenire una pagnotta omogenea e senza imperfezioni.

Lì entrava in campo il mattarello, quello di legno lungo più di un metro che le era stato preparato dal nonno, abile falegname che conosceva bene i segreti del suo mestiere.

La pasta stirata dalla rotondità del mattarello diveniva un disco del diametro di circa 70cm e più la nonna premeva su questo tondo e più il suo spessore si assottigliava e prendeva corpo quel velo di sfoglia che avrebbe avvolto il nostro ripieno.

Il ripieno: quella terrina di porcellana bianca che stava sul tavolo già dall’inizio e che la nonna Vittoria aveva preparato il giorno precedente cuocendo in una grossa pentola smaltata la carne bovina di un taglio sconosciuto con le sue ossa insieme alle verdure e ai nervetti.

Tutti questi ingredienti avrebbero dato succulenza e grassezza al brodo… si al brodo… elemento fondamentale per la preparazione e la cottura dei nostri amati tortellini.

La carne cotta e disossata , separata dalle verdure e passata al tritacarne, salata e pepata, irrorata dalla nevicata di una buona grattugiata di parmigiano e dall’aiuto di un uovo, mescolata pazientemente e lasciata riposare per tutta la notte, avrebbe l’indomani aiutato il nostro team a concludere la prelibatezza.

Ma torniamo alla nostra sfoglia.

Il tondo velo di pasta profumante di farina e adagiato sull’asse di a legno accoglieva come un cielo terso accoglie l’arrivo delle stelle all’imbrunire, la piccola pallina di ripieno e noi bambine con una sorta di stampino rotondo incidevamo a perimetro la pasta circostante.

Le mani delicate della nonna, con un gesto veloce ma preciso, arrotolavano la tenerezza di questa pasta alla pallina e ne facevano un fagottino piccolo quanto un’oliva che veniva posizionato in file dritte dritte su vassoi di cartone che la nonna aveva in precedenza ricoperto di canovacci di lino.

I nostri piccoli capolavori, uno dietro l’altro, come soldatini dovevano a questo punto seccare e rimanere al caldo per essere poi conservati.

La nostra mattina era quasi conclusa ma sull’asse di legno ancora pieno di farina giacevano inanimi i ritagli di cotanta lavorazione.

Gli scarti della sfoglia, radunati in un nuovo cumulo, venivano rimescolati e reimpastati, ammorbiditi dalle sue mani e ritirati con il mattarello per giungere alla stesura finale di un nuovo disco… più piccolo e più sottile che sarebbe stato arrotolato stretto stretto e tagliato a listarelle sottilissime da un bel coltello che la nonna ci proibiva di toccare.

Le listarelle aperte e lasciate all’aria asciugare avrebbero preso il nome di capelli d’angelo e si sarebbero consumati nelle fredde sere d’inverno in brodo con una buona cucchiaiata di formaggio….

Non capii mai come riuscisse a tagliare il tutto in maniera cosi sottile… (oggi ci sono le macchine che fanno questo lavoro) senza affettarsi le punta delle dita.

L’abilità e la pazienza di queste donne che avevano visto davvero un secolo trascorrere e avevano conosciuto la fame e la miseria traspariva dai loro sguardi dolci, dai loro gesti pacati e suadenti, dalla loro affabile tenerezza.

L’amore che nasceva da questi momenti, dall’incontro di due generazioni cosi lontane che insieme lavoravano per uno scopo come un tortellino mi raccontano la nostra cultura, la tradizione delle nostre genti e del nostro vissuto.

Ed io oggi provo a trasmetterlo a voi questo ricordo… questo pezzo della mia infanzia… questa emozione che mi sembra di risentire nel cuore… la mia cara nonna mi ha lasciato questo… il profumo di questi deliziosi piatti di porcellana ricolmi di brodo fumante e di tortellini galleggianti, nei giorni di festa nel periodo natalizio.

Micaela Madesani per progetto I.L.I.E.


10/01/2012

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