“VAJONT, L’ONDA CHE SPEZZO’ IL FUTURO” – 18 OTTOBRE 2013

Venerdì 18 Ottobre 2013 presso la Sala “Dino Coltro” di Casa Novarini si è svolta la seconda serata dell’evento “Vajont: l’onda che spezzò il futuro” organizzata da Progetto ILIE e Associazione Culturale “Fuori dal Coro”.

La serata è stata aperta da uno spettacolo teatrale di Marco Pomari, di APP (Altri Posti in Piedi), che accompagnato musicalmente dalla pianista Valeria Affattato ha portato in atto il monologo dal titolo “Un giorno di differenza”, nel quale ispirandosi ad una storia vera, descrive la storia di un semplice operaio della diga, Pietro e di come esso si salva, assieme alla sua famiglia, lasciando Longarone proprio il giorno della tragedia recandosi in ospedale per la nascita di Francesco, suo figlio, che Marco immagina di far nascere il 9 ottobre 1963 proprio alle ventidue e trentanove minuti, il momento esatto in cui 260 milioni di metri cubi di roccia si scaricano sull’invaso del Vajont alla velocità 100 km/h provocando un’onda che prima distrugge tutti gli abitati lungo le sponde del lago artificiale (Erto e Casso erano i paesi principali) e poi scavalcando la diga, percorre la gola del Vajont, piomba su Longarone e non lascia scampo a chi era per strada, chiuso in casa, nei bar.

Dopo lo spettacolo di Marco Pomari la parola è passata agli ospiti principali della serata: Micaela Coletti e Gino Mazzorana rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Comitato Sopravvissuti del Vajont.

Micaela ha preso subito la parola e ci ha raccontato il Vajont visto dagli occhi di una sopravvissuta (all’epoca aveva 12 anni ed è stata estratta dalle macerie della propria casa dai primi soccorritori). Una testimonianza diretta, dura, polemica di una allora bambina che ha perso genitori, abbracci, volti, amici, le proprie cose, la propria casa. In un attimo ha perso le proprie radici, e ancora oggi fa fatica a ritrovarle, a ricostruirle.

Successivamente la serata è terminata con Micaela che ha risposto alle domande ed interventi da parte del numeroso pubblico presente, che ringraziamo per aver partecipato così nutrito ad entrambe le serate da noi organizzate.

La tragedia del Vajont per molto tempo è stata dimenticata, quasi tenuta nascosta, di cui i giovani (e in certi casi anche i vecchi) sanno poco o nulla ma di cui avrebbero saputo ancora meno se non fosse stato per la straordinaria opera “Orazione civile” che Marco Paolini mise in atto proprio vicino alla diga del Vajont il 9 ottobre 1997. Una tragedia che va non solo ricordata per il numero delle vittime ma come madre di tutte le catastrofi italiane, una catastrofe annunciata da denunce e segni premonitori e che cancellò vite, paesi e culture.

“In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani, tutto è stato fatto dalla natura, che non è buona, non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo! Non uno di noi moscerini rimarrebbe vivo se la natura si decidesse a muoverci guerra». Giorgio Bocca su “Il Giorno”, venerdì 11 ottobre 1963

«Come ricostruire ciò che è accaduto, la frana, lo schiantamento delle rupi, il crollo, la cateratta di macigni e di terra nel lago? E l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come… Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati? E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe? Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. Non è che si sia rotto il bicchiere quindi non si può (come nel caso del Gleno) , dare della bestia a chi l’ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d’arte, testimonianza della tenacia, del talento, e del coraggio umano» Dino Buzzati, sul “Corriere della Sera”, venerdì 11 Ottobre 1963.

Due articoli bellissimi, come lo sarà quello di Indro Montanelli sulla “Domenica del Corriere”, quindi tre articoli bellissimi scritti da tre mostri sacri della letteratura e del giornalismo italiano. Bellissimi ma sbagliati. La diga del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. Non è stato facile cambiare questo pregiudizio.

Molte e pesanti furono le responsabilità per una tragedia che si poteva evitare se la ricerca del profitto non fosse stata messa davanti alla tutela della sicurezza e della vita di migliaia di persone innocenti. Anche la giustizia non ha fatto il suo corso e, forse, è il risarcimento negato che più pesa sulle popolazioni colpite. Insieme ad un’attenzione che per troppi anni è mancata, come se una tragedia così grande potesse essere dimenticata e nascosta. Quest’anno ricorre il cinquantesimo e come spesso accade tante sono le iniziative che nascono in questa occasione, ed è giusto è importante che sia così, ma lo stesso ricordo, le stesse rimembranze dovrebbero esistere anche nel 36°, nel 48° e anche nel 51° perché molto possiamo imparare e cogliere dal Vajont.

Tutti noi dobbiamo fare i conti con la nostra storia, per scabrosa e scomoda che essa sia, e dalla nostra storia e dai nostri errori dobbiamo partire per impedire che ciò possa accadere di nuovo.

Non serve molto, basterebbe che prima della realizzazione di una grande opera, tutti (e non parlo solo di chi amministra o è nella stanza dei bottoni ma anche noi semplici cittadini), ci facciamo due semplici domande: la sua realizzazione corrisponde alle reali necessità della popolazione? Questa opera è davvero utile e realizzabile? Facciamocele queste domande e cerchiamo di realizzare solo ciò che si può realizzare e ci è necessario e opporci a ciò che non si può realizzare e che non ci è necessario.

E le stesse considerazioni valgono anche per il nostro territorio, per il nostro orticello. Molti di noi stanno pensando che qui a San Giovanni Lupatoto e dintorni, dighe non ci sono, frane nemmeno; qui non c’è pericolo che un evento come quello del Vajont accada. E invece no, perché innumerevoli purtroppo sono gli scempi e le violenze che l’uomo può compiere sulla Natura che come abbiamo visto stasera si piega ma non si spezza e prima o poi torna a riprendersi in modo brusco e spesso purtroppo drammatico ciò che era suo. Dobbiamo avere il coraggio di difendere il nostro territorio, dobbiamo avere il coraggio di opporci, denunciare e contrastare chiunque gli faccia violenza.

L'attore Marco Pomari mentre recita il monologo "Un giorno di differenza"

Alessandro Dal Bon con Micaela Coletti e Gino Mazzorana

Micaela Coletti e Gino Mazzorana del Comitato per i Sopravvissuti del Vajont

Testo di Alessandro DAL BON per l’Associazione culturale Fuori dal Coro e per progetto I.L.I.E.

Foto di Andrea Zauri per l’Associazione Culturale “Fuori dal Coro” e per progetto I.L.I.E.

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