FRAMMENTI

Lo scorso agosto siamo andati a Bosco Chiesanuova (Vr) all’inaugurazione del Lessinia Film Festival. La giornata inaugurale, sotto una finissima poggia, è stata interamente dedicata al cinquantesimo anniversario della tragedia del Vajont. Elena Salgari ha realizzato l’articolo che segue, nato dalle varie emozioni sorte in seguito alla visione dei vari filmati proiettati e alle testimonianze rese da alcune persone che hanno vissuto, sulla loro pelle, quel terribile evento.

La catastrofe del Vajont è una vicenda che ti penetra dentro e non ti lascia più. Fece questa osservazione, qualche tempo fa, Marco Paolini ed è proprio quello che è accaduto a me. Basta un niente per farmi ricordare la diga del Vajont, le foto dei cadaveri, le voci dei superstiti. I documentari che vedo di volta in volta si mescolano e si fondono a quelli visti in precedenza o alle parole dei testimoni.

Il coraggio degli “acrobati” abruzzesi inerpicati sulla diga durante la sua elevazione si associa a quello dei soccorritori impegnati a raccogliere nudi brandelli di corpi dopo la tragedia.

Il racconto del vigile del fuoco sulla giovane donna trapassata nel grembo e nel feto da una trave di legno si sovrappone a quello del giornalista sgomento a tal punto da definire Longarone un campo postbellico.

Il viso della signora interpellata dai suoi morti negli incubi, che rinnovano continuamente il senso di colpa per essere sopravvissuta, si confonde con quello della principessa Titti di Savoia, recatasi in visita ai bambini superstiti ricoverati in ospedale.

Scene che seguono ad altre scene come in un tragico, orrendo film.

La bambola semisepolta nella terra. Le fosse comuni per i cadaveri non riconosciuti. La vallata di fango dall’aspetto spettrale. I cartelli piantati nel suolo per indicare i negozi o le famiglie che prima stavano là. Il terrore negli occhi dei bambini. Il debole sorriso di chi ha ritrovato, tra le macerie, almeno la fotografia dei propri cari.

E poi l’anziana che si accanisce con veemenza contro i responsabili, accusandoli (giustamente) di aver pensato soltanto al profitto. Non è rimasto più niente – dice – ma non ha importanza. Che cosa contano le case, le suppellettili, gli oggetti personali…? Avrebbero potuto prendersi tutto ciò, ma avrebbero dovuto difendere la vita. Invece non hanno avuto scrupolo alcuno! E la signora è una delle poche testimoni che trova, fin dall’inizio, il coraggio di dire la verità.

Immagini e parole.

Tra queste, alcune taglienti riflessioni pronunciate da Italo Filippin, un superstite, e da Silvio Mezzari, uno dei primi alpini giunti sullo spiazzo di Longarone il 10 ottobre 1963:

1) i feriti erano pochissimi. C’erano soltanto o vivi, o morti;

2) la sciagura era stata prevista, o addirittura voluta dall’uomo;

3) quando si venera il dio-denaro, non c’è spazio per nessun altro Dio;

4) bisogna fare i conti con il passato. Per anni la ricostruzione è avvenuta in silenzio, quasi per cancellare l’accaduto; ma non si può fare finta di nulla, perché il fatto è storia.

Storia che, purtroppo, a volte non insegna, perché viene relegata al passato. Invece è passato, presente e futuro.

Elena SALGARI per progetto I.L.I.E.

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