QUELL’INUTILE STRAGE

Ci sono fatti consegnati alla storia che anche dopo molto tempo, dopo molte generazioni, fanno ancora parlare e sfiorano i confini del mito. Stiamo parlando, in questo caso, della prima guerra mondiale, denominata anche grande guerra, ma che per le immani perdite umane (quasi dieci milioni di morti) forse sarebbe più giusto chiamare con lo stesso appellativo usato dal pontefice dell’epoca, papa Benedetto XV: “inutile strage”.

Tutto ebbe inizio giusto cent’anni fa, il 28 giugno 1914, a Sarajevo con l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria – Ungheria e a sua moglie.

Poco importa chi sia stato a sparare, in quel caldo giorno di giugno e chi furono i veri mandanti, ciò che importa è ciò che quello sparo determinò: un conflitto di vaste proporzioni che fino ad allora nessuno aveva mai visto e che non solo ha cambiato la storia del mondo e le sorti del vecchio continente, ma ha segnato milioni di famiglie.

A questo punto sorge una domanda: perché la prima guerra mondiale viene percepita e ricordata come un qualcosa di “epico”? Forse – come sostengono alcuni – perché ci si è resi quasi subito conto che con lo scoppio di quel conflitto molta parte di un mondo fatto di abitudini e convenzioni sociali era definitivamente svanito, lasciando spazio ad un mondo nuovo, con regole e consuetudini sociali inedite. E quando arriva qualcosa di nuovo che non si conosce, si tende a mitizzare il passato con frasi del tipo: <<si stava meglio quando si stava peggio>>.

Ma la prima guerra mondiale è rimasta nella memoria di molti perché è il primo evento storico nel corso del quale sono stati prodotti innumerevoli scritti, fornendo agli storici preziose informazioni. Infatti, nei quattro anni in cui si combatté, i soldati al fronte, quelli in seconda linea e coloro i quali erano feriti negli ospedali, scrissero un gran numero di lettere alle famiglie di origine. Alcune di quelle missive ancora oggi mantengono intatta l’emozione del momento in cui furono redatte.

C’è da dire che fu un evento che produsse atti di eroismo puro o di sforzi inimmaginabili solo per portare – ad esempio – un pesante cannone fin sulla vetta di un monte. Ma contribuì anche ad unire gli uomini di varie età e ceti sociali e – nel caso dell’Italia – ad unire una nazione.

Nessuno, nemmeno chi aveva armato la pistola di Princip, aveva immaginato che da quello sparo sarebbe nato un conflitto bellico di così ampia portata e che sarebbe costato un numero impressionante di vite umane.

Dallo scontro armato globale, scaturito dall’assassinio avvenuto a Sarajevo, l’eredità più amara che ci è rimasta è l’instabilità della zona balcanica, come ricorda lo storico australiano Christopher Clark in un suo recente libro: <<le guerre jugoslave degli anni novanta ci hanno ricordato tutto il potenziale di pericolosità contenuto nei nazionalismi balcanici>> ¹. Proprio la stabilizzazione dell’area balcanica è la sfida importante che l’ Europa di oggi è chiamata ad affrontare per non ripetere i tragici errori di cent’anni fa. Per garantire un prospero futuro di pace agli europei di oggi e a quelli di domani.

Testo di: Michele TONIN per progetto I.L.I.E.


FONTI:

¹ da: C. Clark, I sonnambuli Come l’Europa arrivò alla Grande guerra, Laterza, Roma-Bari 2013, cit., p. XVII. Trovato all’interno del volume: Per la storia mail, maggio/ giugno 2014, Bruno Monadadori editore / Pearson Italia S.p.A.

Il video proposto all’interno di questa pagina è tratto dal canale di Euronews presente anche sulla piattaforma di YouTube.

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