QUEI NUMERI BALLERINI

Lo scorso 28 giugno è stato pubblicato un articolo (su questo sito) incentrato sull’attentato all’erede al trono austroungarico. Attentato che accadde cent’anni fa e che fu la miccia che diede il fuoco alle polveri della grande guerra. In quell’articolo scrissi che in quei quattro anni di combattimenti vi furono <<quasi dieci milioni di morti>>. Il giorno dopo sul quotidiano “La Repubblica”, il giornalista e scrittore Roberto Saviano ha scritto che i morti furono circa 30 milioni. Successivamente, sul “Corriere della Sera”, Paolo Mieli, noto giornalista e storico, ha così aperto il suo articolo: << La Grande Guerra “costò” all’Europa 15 milioni di morti su un totale di 120 milioni di maschi adulti mobilitati. I feriti furono più di 34 milioni (tra cui 8 milioni di mutilati e invalidi) e 11 milioni di prigionieri, decine di migliaia dei quali morti nei campi di prigionia>>. Chi ha ragione?

Per l’articolo “L’inutile strage” avevo consultato diverse fonti, soprattutto il libro di storia in uso nei licei nei primi anni 2000 e intitolato “Storia e storiografia”, edito dalla casa editrice fiorentina G. D’Anna. Nel primo tomo del terzo volume ad un certo punto si legge: << La guerra, protrattasi per oltre quattro anni, era finita: il bilancio, per quanto riguarda le vite umane, era di poco inferiore ai dieci milioni di morti>>. Com’è possibile che vi sia una così ampia differenza di numeri?

Il problema credo che sia relativo al fatto di ciò che si vuol incorporare nella conta dei morti: solo militari? Militari e civili? …e i dispersi? …e i disertori? Insomma, tutto sta in chi e come vuole leggere i numeri. Ma nessuno ha sbagliato. Tutti hanno ragione. Ed è una cosa di cui mi sono reso conto: davanti alle grandi tragedie il conto dei morti traballa. Sempre. Anche a distanza di anni.

Durante le ricerche per l’iniziativa sul Vajont, noi di progetto I.L.I.E ci trovammo di fronte a tre differenti cifre: per i mezzi di informazione le persone travolte dal fango assassino erano 2000; per gli atti processuali le vittime erano 1910 non uno di più; per il Comitato per i sopravvissuti i morti erano circa 2.300. Numeri ballerini certo, ma con i ragionamenti e con la mole di informazioni che avevamo raccolto ci convincemmo sempre più che il <<circa 2.300>> era un numero sì alto, ma – purtroppo – il più vicino alla realtà.

Tutto questo per dire che non sempre è facile districarsi tra i numeri e capire quali fonti siano più o meno affidabili. E la questione è seria, perché se non è sempre facile per un professionista, figuriamoci per chi vuole comprendere ed informarsi!

Se pensate che la cosa valga esclusivamente per gli eventi remoti, vi state sbagliando. Per rimanere sulla stretta attualità, recentemente il sito del quotidiano “la Repubblica”, parlando della sentenza del Tribunale penale internazionale emessa nei confronti dell’Olanda per quanto avvenuto a Srebrenica nel 1995, ha scritto che in quell’odioso massacro di civili i morti furono 8.000. Marco Magini, autore del libro “Come fossi solo”, ha scritto. << A Srebrenica dal 12 al 16 luglio 1995 vennero uccisi tra gli 8.000 e i 10.000 musulmani bosniaci>>. Fatto recente, accaduto ieri, di cui è difficile appurare la verità dei numeri.

Si dice spesso che la verità è sempre difficile da ricercare e una parte di essa è fatta di numeri che dovrebbero essere freddi, certi, ma che il più delle volte sono ballerini ed incerti, talvolta per negligenza, il più delle volte per convenienze politiche o militari. Con buona pace dei posteri e degli storici.

In conclusione si può solo dire che quando si conduce un’indagine storica, per quanto accurata, il rischio di errore c’è sempre e questo sale quando si ha a che fare con la conta dei morti. Che dovrebbe essere imparziale, ma in realtà non lo è mai.

Testo di: Michele TONIN per progetto I.L.I.E.

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