LA GRANDE GUERRA DEI VICINI DI CASA

Le mostre allestite nel corso del 2015 sulla Grande Guerra in tutta Italia sono state veramente molte. Tra le altre, dal 22 al 29 Marzo 2015 anche il Centro Civico Culturale di Zevio, in provincia di Verona, ha ospitato una piccola esposizione. Piccola, ma non per questo insignificante. Anzi, confesso che personalmente sono rimasta proprio colpita dalla rassegna.

La teca centrale accoglieva alcuni reperti bellici, come elmetti, divise, gamelle, munizioni e uno spadino austriaco. Tuttavia lo scopo della mostra non era quello di raccontare la guerra in genere, nella sua terrificante grandiosità, bensì di rendere omaggio al sacrificio dei soldati zeviani. Da ciò la scelta di concedere poco spazio all’armamentario di guerra, mettendo invece in risalto i libri, le mappe, le fotografie e le lettere dei militari locali, oggetti esposti tutti intorno ai reperti, in bacheche posizionate a cerchio. E, forse proprio per questo, la mostra assicurava una straordinaria potenza evocativa: leggere la corrispondenza dei soldati al fronte è sempre commovente, ma pensare che quegli uomini erano originari di un paese limitrofo rendeva il tutto ancora più “vicino”, creando una connessione spazio-temporale non indifferente. In pratica, mi sono sentita molto partecipe alle vicende dei combattenti, dei reduci e dei civili che ho “conosciuto” in quella circostanza. Ho potuto davvero – cito dal volantino della Mostra – ricordare con la dovuta riconoscenza i sacrifici innominabili di gente sradicata dal proprio ambiente, dalle proprie famiglie e mandata al fronte a combattere una guerra che fu voluta da altri e che provocò centinaia di migliaia di morti, mutilati, invalidi, reduci con la mente devastata, oltre che la distruzione del territorio e lo spreco enorme di risorse.

Ho già elencato le tipologie dei documenti compresi nell’allestimento. Ciò che più mi ha emozionato è stata in realtà la rappresentazione del quotidiano durante il conflitto, vale a dire le fotografie. Alcune di esse si riferivano a luoghi, oggetti, armi; altre alle persone. Soprattutto queste ultime mi hanno toccato nel profondo. Erano fotografie di donne piegate dalla fatica in assenza dei loro mariti, di anziani dagli sguardi persi in una vuota attesa, di bambini che giocavano alla guerra (probabilmente l’unico argomento di cui sentissero discutere) usando armi finte assai verosimili. Poi c’era ovviamente la sezione militare: soldati al fronte, con le baionette puntate, sull’attenti, nei momenti di interminabile attesa, durante il misero pasto, ecc. Ognuno con la sua paura, la sua noia, la sua nostalgia. Ognuno con il suo infinito silenzio dentro. Ognuno con la sua storia da raccontare.

Tutti quei volti (delle donne, dei bambini, dei combattenti) mi sono entrati nell’anima, tanto che riesco a ricordarli senza difficoltà a distanza di mesi. Intrisi della vita di allora, straordinariamente eloquenti nell’espressione, incredibilmente vicini. Tutti, ma in particolare uno. A lui, ripreso nel pieno della tragedia, ma rivolto consapevolmente verso il fotografo (e di conseguenza verso me, osservatrice) dedico questo misero encomio.

AL SOCCORRITORE

Mi rivolgo a te, anonimo, intrepido soldato

che sulle spalle il compagno ferito ti sei caricato.

Mi piacerebbe conoscere i tuoi pensieri in quel momento

perché il tuo sguardo fiero non basta a celare il turbamento.

Chissà se durante il soccorso ti animava la solidarietà,

il senso del dovere, la pena oppure la pietà.

Ma in quegli occhi, carichi di speranza nell’attesa

di poter salvare la vita al commilitone

oltre al coraggio scopro l’angoscia e la sorpresa

poiché il ferimento di morte può esser cagione.

Pur conoscendo i rischi dell’avamposto

forse in quel frangente avrai pensato

che avresti potuto essere al suo posto,

sentendoti in colpa se la sorte ti ha risparmiato.

Così, con tali considerazioni caricate sul dorso

più celere avrai condotto il fardello al soccorso.

Ebbene sì, caro eroe dei nostri tempi,

silenzioso custode della vita,

i tuoi occhi tradiscono molteplici sentimenti

ed io compatisco la tua anima smarrita.

Se fosse possibile ti mostrerei la mia riconoscenza

e ti direi che il tuo sforzo non è stato vano

perché mi hai permesso di prendere coscienza

pienamente di un dramma tanto umano.

Articolo e poesia di Elena SALGARI per “progetto I.L.I.E.”

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