VAJONT: PAROLE E REALTA’

Le parole hanno un peso, sono importanti e definiscono il nostro mondo. Le parole che si trovano sul vocabolario possono talvolta coincidere di significato tra il libro che le raccoglie e la vita reale, talvolta no.

Quando si parla di Vajont succede che le parole facciano brutti scherzi: raccontano il destino di un luogo, come ci ricorda l’attore Marco Paolini: <<La parete che si alza al Sole del torrente Vajont si chiama […] monte Salta. La parete di fronte, quella all’ombra, monte Toc. […] <<Toc>> in veneto vuol dire <<pezzo>>, ma in Friuli <<patòc>> vuol dire <<marcio>>. […] Sai cosa vuol dire in ladino <<Vajont>>? Vuol dire <<va giù>>¹. Com’è che si dice? Un destino nel nome.

In quel luogo, segnato dalla strage del 9 ottobre del 1963, oggi le parole hanno un significato ancora più profondo e raccontano una realtà quanto mai complessa. Nel 2013, in occasione di un incontro sul cinquantesimo anniversario, posi alla presidente del Comitato dei Sopravvissuti, Micaela Coletti, la seguente domanda: << Sopravvissuti e superstiti per la lingua italiana sono sinonimi, ma quando si parla di Vajont hanno significati differenti: ce li può spiegare?>> La signora Coletti così mi rispose: << È vero. Ci sono due parole che fanno capo alla tragedia del Vajont: e sono sopravvissuti e superstiti. […] I superstiti sono coloro che nel giorno della tragedia avevano famiglia e lavoro, però fisicamente, nel momento della tragedia stessa non c’erano. I sopravvissuti sono coloro che nel momento in cui avvenne la tragedia c’erano e l’hanno vissuta sulla propria pelle.>>².

Per anni si sono usate parole che sono sinonimi, per non raccontare mai fino in fondo i fatti come realmente avvennero. Queste parole sono catastrofe e tragedia. Solo dopo cinquant’anni, finalmente senza più paura, si è iniziato ad usare apertamente la parola strage, perché lo fu, perché c’era chi era a capo del progetto e aveva i dati, le prove che qualcosa di grave poteva accadere, ma non ha fatto nulla per mettere in salvo per tempo la popolazione o quanto meno non ha cercato di mettere in atto azioni di carattere preventivo, che ora, a posteriori, tutti siamo qui a pensare.

Un’ultima cosa ci manca prima di concludere questo nostro viaggio: esplorare il mondo freddo dei numeri. Subito dopo il tragico evento per i quotidiani i morti erano 2000; per i dati processuali, invece, coloro che persero la vita furono 1910. Nel 2013 la signora Coletti ci disse che <<è ragionevole pensare che i morti siano stati tra i 2200 e i 2300>>. La presidente del Comitato dei sopravvissuti ci disse che quei dati erano basati su alcune ricerche e testimonianze che avevano raccolto. Come si può evincere da quest’ultima testimonianza, non solo le parole, ma anche i numeri, quando si parla di Vajont, non riescono a combaciare tra significato e realtà. D’altronde non è mai facile raccontare in modo aderente la realtà, soprattutto quando questa è complessa e per molto tempo si è cercato di farla dimenticare.

Testo di Michele Tonin per progetto I.L.I.E.

NOTE AL TESTO:

¹ – dal libro di Marco Paolini e Gabriele Vacis “Il racconto del Vajont”, 1997, Garzanti editore, Milano.

² – vedi il video: https://www.youtube.com/watch?v=tBySN-krITM&t=45s

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